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Anna Anna

"Ognuno di noi ha un paio d'ali, ma solo chi sogna impara a volare".

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Toglimi il pane, se vuoi, toglimi l'aria, ma non togliermi il tuo sorriso

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Ci sono Mondi sconosciuti all'uomo.

Mondi Magici ed incantati dove solo l'occhio dei bimbi può entrare.

Mondi di Mezzo senza confini.

CURRENT MOON

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Le Dodici Fate

 
 
Una volta, raccontano, sul monte Ineu vivevano dodici fate. La cittadella entro cui vivevano era tutta d'ambra; le porte avevano stipiti d'oro e d'argento ed erano adorne di belle sculture. Le fate erano così belle, che chiunque le guardasse in viso diventava folle d'amore e vagava sulle loro tracce finchè non era completamente fuori di sè. La loro signora, la principessa delle fate, non aveva pari: la sua voce era così dolce e incantevole, che i pastori, quando guidavano le greggi alle falde del monte e le udivano cantare nelle sere di luna piena, rimanevano ammaliati e non potevano più dormire la notte. Da quelle parti abitava anche un cacciatore, giovane ma molto famoso, di nome Valer. Questi fece una scomessa con altri giovani, vantandosi d'essere in grado di rapire la principessa delle fate e farla moglie. Ma il suo desiderio restava un semplice desiderio, perchè le fate erano custodite da due giganti, ciascuno dei quali aveva un solo occhio sulla fronte; erano brutti e deformi entrambi, ma abbastanza forti per rompere il tronco d'un albero senza sforzarsi troppo. Giorno e notte facevano la guardia intorno alla cittadella, a turno, e ogni essere umano era minacciato di morte, qualora avesse osato accostarsi alle mura. Le dodici fate rapivano dai villaggi vicini dodici giovanotti ogni anno e danzavano con loro per tutta la notte, fino al primo canto del gallo. Quando erano esauste per la danza, arrivavano i giganti, con l'ordine di scagliare i giovanotti oltre le mura della cittadella, affinchè dei loro corpi restasse solo qualche brano. Alcuni, i più fortunati, ne uscivano sciancati, con la spina dorsale rotta e variamente mutilati, tanto che suscitavano pietà e commiserazione. Valer, visto come andavano le cose, decise di stare in agguato, finchè i giganti dal petto taurino non fossero colpiti dalla punta avvelenata delle sue frecce. E questa occasione non tardò a presentarsi. Un giorno di calda estate, le fate erano uscite per bagnarsi nelle acque del lago Lala e i due giganti ricevettero l'ordine di vigilare fuori dalle mura della cittadella; così non le avrebbero viste mentre giocavano e sguazzavano nude nelle onde. Valer non esitò. Si appressò alla cittadella più che potè, fermandosi ad ogni passo dietro un tronco di un albero per non farsi vedere; quandi pensò che fosse il momento opportuno, incoccò una freccia aguzza, con la punta d'acciaio, e saettò il gigante di destra nel bel mezzo del petto. Il dardo penetrò direttamente nel cuore, sicchè il gigante, senza poter dire nè ai nè bai, rovinò a terra in un lago di sangue. Adattò un'altra freccia alla corda dell'arco e scoccò pure questa nel petto del secondo gigante. Ebbe identica fortuna e uccise anche quello. Se non li avesse centrati giusto nel cuore, guai a lui: lo avrebbero soffocato come una cornacchia appena nata. Poi entrò nella cittadella e dalla riva del lago spiò le fate che si bagnavano, con gli occho sgranati per la loro bellezza; poi, di soppiatto, veloce come un fulmine, rubò la veste della pricipesa. Le altre fate, accortesi del pericolo, si trasformarono in colombe e spiccarono il volo verso occidente; rimase lì soltanto la principessa, la quale non cessava di implorare Valer che le restityuisse le vesti, promettendogli in cambio tesori e beni di grande valore. Ma lui non la ascoltava neppure. Non gli importava nulla nè della sua preghiera nè delle sue lacrime e della sua angoscia e non rispondeva a nessuna domanda. Così gli avevano insegnato le vecchie del villaggio, eperte di magia: non bisogna parlare con le fate nè restituire loro le vesti, se le si vuole privare del potere di nuocere. Visto che col giovane non c'era da scherzare, la fata alla fine si calmò. Sembrava che si fosse abituata a vivere con lui, tanto più che Valer era un ragazzo molto bello e bravo, la aiutava, faceva di tutto per lei, le portava selvaggina fresca, le dava una mano a cucinare; soltanto, non parlava e non mostrava il luogo in cui aveva nascosto la veste incantata. Provvide lui a confezionarle altre vesti graziose; ma con quelle essa non poteva stregare a nessuno, perchè non avevano nessun potere magico. Così passarono i giorni, le settimane, i mesi. Dopo nove mesi, la pricipessa delle fate diede alla luce un bimbo dai capelli d'oro, bello come un sogno. Valer era molto felice; e sembrava felice anche lei, quando vedeva cinguettare quella creaturina leggiadra che le assomigliava perfettamente nel viso e in tutta la figura. Tuttavia a volte veniva improvvisamente colta da una grande tristezza, da una gran pena; allora cominciava a cantare finchè valli e monti risonavano del suo canto. Quando cantava con più ardore, venivano le undici colombe, le sue sorelle, a posarsi sulle mura della cittadella; la principessa di un tempo usciva a mostrar loro il bambino, dentro una cuna d'abete. Esse lo osservavano a lungo, come se si tratasse di un'apparizione, poi scuotevano il capo e ripartivano verso li loro paese. Una sera Valer tornò a casa più stanco del solito. Era corso dietro ad alcune capre nere ed era riuscito a colpirne una sola, mentre le altre si erano dileguate all'ombra delle rupi montane. Andò a coricarsi subito, dimenticando di cingersi per bene alla vita la veste della fata, che portava addosso notte e dì affinchè lei non gliela rubasse. La principessa delle fate, vedendo ai fianchi di Valer la veste dal magico potere, trasalì. Le rinacque nell’anima il desiderio di andarsene nel mondo dell’isola marina, dai genitori e dalle sorelle che la aspettavano, a vivere nel fasto e nelo sfarzo, perché suo padre era il re del mare. Lo accarezzò e si diede da fare, finchè riuscì a svolgere la veste e ad indossarla. Adesso era potente. Poteva ucciderlo con un solo cenno; ma il bimbo le sorrideva nel sonno, così dolcemente che essa perdonò Valer per tutto il male che le aveva fatto. Gli lasciò un biglietto: Ti lascio il bimbo e la vita. Vado dai miei genitori. Non potrai ritrovarmi, mai più. Con la mia paretenza, la cittadella sprofonda nelle tenebre. Fatti una capanna o trova una grotta, e rifugiatevi là dentro. Quando avrò nostalgia del bimbo, verrò a vedervi.
La cittadella fu inghiottita dalla terra, e fu come se non fosse mai esistita. La principessa delle fate si trasformò in una colomba e si diresse in volo verso il paese dei suoi genitori. Il povero Valer, destandosi il giorno seguente sulla riva del lago Lala con il bambino accanto a sé, rimase atterrito. Lesse il biglietto e si percosse la fronte col palmo della mano, rimproverandosi di non aver bruciato la veste di lei, per impedirle di abbandonarlo. Cercò una grotta come rifugio per il bambino e gli approntò un lettuccio fatto di morbide pelli di animali. Trovò poi una capretta e la portò nella grotta col suo caprettino, affinchè allattasse, oltre al suo piccolo, anche il bambino. I due piccoli poppavano quindi l’uno accanto all’altro e Valer correva tutto il giorno per procurare il cibo alla mite capretta. I giorni passavano gli uni dopo gli altri, ma la pena del cacciatore era sempre infinita. Non aveva voglia di dormire né di mangiare e la sua anima era colma di amarezza. Aveva nostalgia della sua sposa. Ma non era ancora trascorso un mese, che la principessa delle fate capitò da lui e gli disse: Da oggi puoi parlar con me. La nostalgia del mio bimbo mi ha piegata e mi ha indotto a lasciare i miei genitori. A partire da oggi resterò sempre accanto a voi.
Valer cadde in ginocchio e le baciò la mano ringraziandola. Con le pietre preziose che essa aveva portate costruirono un bellissimo castello, dove vissero fino alla tarda vecchiaia, nella felicità e nell’amore perfetto. Le undici colombe venivano una volta all’anno, portando regali al bambino e lettere del padre a lei; il bambino cantava belle canzoni, perché aveva ereditato dalla mamma il dono del canto.
 
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Unicorni

 
Lungo la strada vanno
strani unicorni.
Da quale campo,
da quale selva mitologica?
Da vicino
sembrano astronomi,
fantastici maghi Merlini
e l'Ecce Homo,
Durandarte incantato,
Orlando furioso.

(da "Processione" di Federico Garcia Lorca)
 
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Draghi

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Dopo i Balrog, i draghi furono le più terribili e mostruose creature al servizio di Morgoth. Grande era la varietà di forma dei draghi: così quelli minori sono freddi come è la natura delle bisce e dei serpenti, e parecchi di loro, dotati di ali, avanzano con velocità e fragore enormi; ma i più poderosi sono caldi, pesantissimi e lenti. Certi sputano fiamme e il fuoco guizza sotto le loro scaglie e, in questi, l'avidità, la cupidigia e l'astuta cattiveria sono superiori più che in ogni altra creatura. Inoltre possiedono astuzia e sapienza enormi.
(da "Dizionario dell'Universo" di J.R.R. Tolkien)

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Sirene

001

 
(..) Sapeva storie meravigliose, le aveva imparate quando viveva nel mare con le altre sirene. Per esempio, sapeva la storia di Ulisse e dei suoi viaggi, e di quella volta che passò con la sua nave accanto all'isola delle sirene. Chi udiva il canto delle sirene subito si gettava in mare per rimanere con loro. Ulisse voleva udire quel canto, ma non voleva dimenticare e perdere la strada di casa. E così l'astuto capitano riempì di cera le orecchie dei suoi marinai, perchè badassero alla nave, ma nelle proprie orecchie non mise nulla: poi si fece legare all'albero maestro, per non provare la tentazione di gettarsi in mare. Le sirene gli cantarono le loro canzoni più belle ed egli pianse ascoltandole, pregò i suoi compagni di scioglierlo (..)

(da "La sirena di Palermo" di Gianni Rodari)

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La piuma dell'angelo

 

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Una volta un angelo perse una piuma. Succede molto di rado, ogni due o trecento anni, ma succede. Quell'angelo stava volando sopra un lago solitario, dalle acque più azzurre del cielo, e intorno solo boschi e prati fioriti. L'angelo s'incantò a vedere tanta bellezza e s'abbassò fino a sfiorare l'acqua. Fu così che perse la piuma. L'acqua tremò tutta al suo passaggio e quando l'angelo s'alzò verso il cielo, la piuma era lì che galleggiava. Nessuno aveva visto l'angelo, nessuno vide la piuma. Solo una macchia di luce che brillava come argento puro e che l'acqua portò lentamente a riva.

Passò del tempo e lì, dov' era la piuma dell'angelo, cominciarono a spuntare dei fiori. Nascevano dall' acqua, con uno stelo lungo e sottile che sembrava di cristallo e i petali trasparenti e scintillanti. Fiori così non s'erano mai visti, ma lì, in quel lago solitario, crescevano indisturbati. Nessuno vi era arrivato, all'infuori dell' angelo che aveva perso la piuma. Poi capitò un uomo in compagnia di una donna: la donna era bella e giovane, e l'uomo l'amava molto, si vedeva da come la guardava. Dovevano avere camminato tanto, perché erano sfiniti. Si fermarono sulle rive del lago e videro i fiori; lui fece per raccoglierli, per farne dono a lei, erano molto poveri e quello era il suo primo dono, ma lei disse di no. Quei fiori non si potevano cogliere, lei disse, erano troppo belli.
 
Bastava guardarli. - Allora fermiamoci qui e costruiamo la nostra casa, così potrai vederli sempre, - disse l'uomo alla donna. E lei annui. Si fermarono e lui fece per lei una casa con le pietre del lago e il legno dei boschi, decorò le finestre con rami verdi e bacche, le costruì un forno per cuocere il pane e un telaio per tessere la tela, e per sé fece un aratro. - Ora non ci manca niente, - disse l'uomo e la donna annuì ancora. Ma la terra dei boschi era avara, produceva bacche e frutti selvatici ma un grano misero e stento, e la tela tessuta era sempre poca, perché il gelo bruciava gli steli del lino. Nacque il primo figlio e l'uomo avrebbe voluto donare alla donna una pietra preziosa, tanto l'amava, ma aveva in tasca solo poche monete. Uscì sconsolato sulla sponda del lago per cogliere almeno un fiore per lei, ma il vento, che aveva soffiato tutta la notte, aveva strappato i petali alle corolle e li aveva dispersi nell' acqua. - Pazienza, - disse l'uomo, -li coglierò e ne farò una collana. Tornò a casa, prese una rete a maglie sottili e cominciò a raccogliere i petali. Ne aveva ammucchiati un certo numero, quando vide qualcosa guizzare e brillare sul fondo della rete. Guardò e vide un piccolo pesce. Non era come quelli che tante volte aveva pescato, era di metallo prezioso, di puro argento, e le sue scaglie brillavano come oro. Sbalordito e felice, l'uomo lo portò alla donna. - Andrò in città a venderlo e comprerò una pietra del colore dei tuoi occhi. Ma la donna disse di no. Un pesce così non si poteva vendere, disse, era troppo bello. Bastava guardarlo. Però questa volta l'uomo non le diede ascolto e andò in città, a vendere il pesce e a comprare la pietra preziosa. Poi, soddisfatto, tornò dalla donna.
 
- Questo è il mio dono, - le disse porgendoglielo. Ma lei non sorrise. Intanto in città s'era sparsa la notizia del pesce d'argento e tanti si misero in cammino per raggiungere il lago. Buttarono reti di ogni tipo e forma e pescarono pesci di ogni forma e tipo, ma nessuno che avesse una pinna o una sola scaglia d'argento. Tuttavia non si arresero e continuarono a pescare, finché il lago si vuotò di pesci, l'acqua diventò torbida e gli steli dei fiori, spezzati, furono portati via dalla corrente e di loro non rimase traccia. La donna pensò che non sarebbero mai più fioriti e si sentì immensamente triste: prese la pietra, che aveva procurato tanto danno, e la gettò nel lago. La vide l'uomo e non le disse niente, ma da quel momento non furono più felici come prima. Passò l'estate e arrivò l'inverno, e fu un inverno di gelo e di bufere.
 
Una notte il bambino si svegliò piangendo e la madre per consolarlo cominciò a cantare. Il suo canto uscì dalla finestra chiusa e se ne andò sul vento. Di lì passava un angelo: era buio pesto, soffiava la tormenta e l'angelo s'era smarrito. Sentì quella voce, dolce e pura, e pensò d'essere arrivato a casa. Seguì il vento, volò basso sul lago e solo quando fu davanti alla finestra capì d'essersi ingannato. Ma quel canto era così bello che l'angelo si fermò ad ascoltare. La donna cantò a lungo, finché il bambino non si fu riaddormentato, e l' angelo rimase alla finestra ad ascoltare. Poi batté le ali in silenzio e volò via. Forse fu allora che il vento gli staccò la piuma.
 
 Al mattino giaceva sul lago ghiacciato e scintillava come argento puro. Nessuno se ne accorse, pensarono a una lamina di sole; ma in primavera, quando il ghiaccio si sciolse, spuntarono dall' acqua gli steli di cristallo e rifiorirono. L'uomo e la donna non seppero mai dell' angelo, ma tornarono a essere felici.

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